Il 26 novembre è iniziata a Doha, Qatar, la 18^ sessione della Conferenza ONU sul cambiamento climatico, anche nota come COP18. Per due settimane 193 nazioni discuteranno per trovare un accordo per un trattato internazionale sul cambiamento del clima entro il 2015. CityFactor è volato a Doha e vi racconterà in diretta il summit.

A parlare di “intervento urgente per fermare il cambiamento climatico antropico” non sono più solo scienziati e giornalisti di settore. La stessa Banca Mondiale ha avvertito recentemente che il mondo va verso un aumento di temperatura di 4°C. «Questo» – si legge nel rapporto – «sarà un “cataclisma” per i paesi poveri. Il futuro potrebbe riservare ondate di calore estremo, siccità, una flessione delle scorte alimentari e un aumento del livello del mare che metterà a rischio milioni di persone».

Tanti i lettori che ci contattano su Twitter e dalle pagine di CityFactor per chiedere chiarimenti su questa nuova conferenza ONU sul Clima. Sarà un fallimento? Riusciranno i governi a proteggere le nostre città? Che cosa si discuterà nel dettaglio a Doha?

Per vedere quale sarà il risultato finale bisognerà aspettare il 9 dicembre quando le delegazioni chiuderanno i lavori. Le ragioni per essere ottimisti ci sono. USA e Cina potrebbero finalmente decidere di trovare accordo su molteplici punti, l’opinione pubblica lentamente torna ad interessarsi di clima e molti paesi potrebbero mostrare una nuova leadership nei negoziati (Australia, Giappone, Brasile). Durante il primo giorno si è già registrato ottimismo: le fondamenta per il nuovo trattato da firmarsi entro il 2015 saranno completate a Doha. Uno degli obbiettivi infatti è proseguire il lavoro dello scorso anno iniziato a Durban per un accordo globale vincolante, dove ogni nazione si impegna a perseguire azioni commisurate per fermare l’aumento della temperatura e adattarsi al nuovo clima.

Il nodo più arduo da sciogliere potrebbero essere invece le discussioni sulle finanze per il Green Fund, il fondo verde deciso già a Copenhagen per progetti di sviluppo per tagliare le emissioni di gas serra ed adattamento al cambiamento climatico. 100 i miliardi di dollari che a partire dal 2020 dovrebbero essere allocati ogni anno per aiutare i paesi meno sviluppati a mitigare le proprie emissioni, con fondi addizionali dal 2013 alla fine del decennio. Paesi come le Maldive, il Nepal, il Bangladesh, nazioni altamente vulnerabili ai cambiamenti climatici chiedono che i paesi industrializzati paghino per essersi arricchiti inquinando il pianeta con i gas serra. Si chiama “responsabilità comune ma differenziata”: siamo tutti nella stessa barca, ma chi ha storicamente emesso di più deve aiutare i paesi meno fortunati.

Il problema risiede nella perdurante crisi: i governi dei paesi occidentali, impegnati a sanare le casse di stato, difficilmente potranno essere generosi in sede negoziale e questo potrebbe far riaffiorare le tensioni tra paesi industrializzati e in via di sviluppo. Ad oggi infatti meno del 30% dei soldi promessi sono effettivamente stati messi sul tavolo.

Cop18 Opening - Photo credits: sallie_shatz

Cop18 Opening – Photo credits: sallie_shatz

Andiamo nel dettaglio.

Da un lato gli stati membri dovranno preparare un documento ispirato alla Durban Platform, la piattaforma concordata lo scorso anno alla Cop17 in Sud Africa. Questo testo sarà l’impalcatura per il vero trattato internazionale legalmente vincolante sul clima che dovrà fissare un tetto alle emissioni di gas serra e indicare delle strategie di mitigazione ed adattamento ai cambi climatici. Entro il 2015 dovrebbe essere firmato da tutti gli stati membri per essere implementato entro il 2020. Per Mariagrazia Midulla, esperta di Clima del WWF, «impostare la roadmap del negoziato è decisivo. Più velocemente possiamo agire, prima riusciremo a contrastare i cambiamenti del clima». Più audace e rapido sarà questo accordo maggiori le possibilità di intervenire per limitare l’aumento della temperatura. Per gli scienziati 2°C è l’incremento medio massimo che possiamo tollerare.

Parallelamente allo sviluppo della Piattaforma Durban, il grosso del lavoro negoziale interesserà due tavoli nati nel 2005, rispettivamente quello del Protocollo di Kyoto e quello della Convenzione sulla Cooperazione di lungo periodo (AGW-LCA in gergo ONU). Entrambi avrebbero dovuto concludersi nel 2009 a Copenhagen.

Gli occhi della stampa europea sono puntati sopratutto sul Protocollo di Kyoto: il primo periodo di impegni del protocollo che ha regolato fino ad oggi le nostre emissioni scade a fine dicembre. Gli stati firmatari dovranno decidere se siglare un secondo periodo. In questo caso si continuerà a contenere le emissioni di gas serra e promuovere il mercato delle emissioni di Co2, noto tra gli esperti come emission trading. L’Europa ha dato il suo assenso per Kyoto 2 e potrebbe essere disposta ad eliminare le emissioni di Co2 dal 20% al 30%.

Diverso il lavoro sulla Convenzione a Lungo Termine (LCA): i delegati Onu dovranno finalizzare una serie di accordi su finanza climatica (i finanziamenti per i paesi in via di sviluppo per un’economia low-carbon), i REDD+ (un meccanismo finanziario per limitare la deforestazione, soldi per ogni albero non abbattuto in cambio di certificati verdi), trasferimento tecnologico (per agevolare lo sviluppo di una green-economy nel sud del mondo) e strategie di adattamento al riscaldamento globale.

Al centro dello scontro rimangono naturalmente i soldi. I paesi più poveri sono favorevoli a meccanismi che vedano le grandi potenze industriali investire nei propri paesi e al trasferimento tecnologico e di know-how. Gli Usa hanno manifestato la volontà di mettere a disposizione oltre 10 miliardi in un Green Fund (il fondo verde che dovrebbe movimentare oltre 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020), ma sono contrari alla concessione di brevetti e tecnologie green o verso qualsiasi azione che li metta in svantaggio nei confronti di Cina, India e Brasile. Durante la conferenza stampa introduttiva di lunedì Christiana Figueres, Segretario della Commissione Quadro sul clima ONU ha segnalato che «la partita dei soldi potrebbe essere l’ostacolo principale».

Le proposte per movimentare questo Green Fund sono numerose: si va dalla carbon tax, passando per i proventi dei mercati della Co2 ai green bond, fino alla tassa sulle transazioni finanziarie per supportare la green economy. Quest’anno verrà fatta pressione per riconvertire i sussidi ai combustibili fossili in progetti low carbon.

Per l’Europa – in attesa di un Trattato Internazionale sul Clima – il risultato principale a Doha rimane siglare un secondo periodo di impegni per Kyoto.

Se vogliamo proseguire il lavoro di transizione verso le energie rinnovabili, mettere in sicurezza le nostre città, preparare l’agricoltura al cambiamento climatico e creare un futuro sicuro per i nostri figli, è necessario firmare Kyoto 2. Non solo: se vogliamo diventare leader della green economy dobbiamo movimentare investimenti e finanziamenti verdi anche in Paesi meno sviluppati che creino opportunità di lavoro per le economie locale e le nostre imprese, allo stesso tempo fermando la corsa delle emissioni di gas serra e i conseguenti effetti sul clima.