Chiuso il negoziato ONU sul clima a Doha, CityFactor analizza i risultati più significativi, tra cui l’adozione del secondo periodo di impegni per il Protocollo di Kyoto e il meccanismo Loss&Balance.

Dopo trentasei ore continue di negoziato è stato approvato il documento finale della 18ima Conferenza ONU sul Clima, battezzato Doha Climate Gateway. Un testo di passaggio (gateway) che conferma il Secondo Periodo di impegni sotto il Protocollo di Kyoto per i paesi sviluppati e inaugura un nuovo regime di negoziati per un trattato globale legalmente vincolante sul cambiamento climatico, che richiederà tagli alle emissioni a tutti gli stati membri, da firmare entro il 2015.

Un negoziato complicato su cui hanno pesato le divisioni tra i paesi in via di sviluppo, il blocco dei Basic (Brasile, Sud Africa, India e Cina) e i paesi industrializzati, con gli USA nella parte del cattivo di turno, ostile a qualsiasi concessione. Per il  ministro Corrado Clini «Doha è un bicchiere per tre quarti vuoto ed uno pieno». Sempre meglio di un fallimento totale, data l’importanza dell’argomento. «Ma non possiamo rimandare oltre» dice Alberto Zoratti di Fairwatch. «Ogni secondo ci avviciniamo sempre più al punto di non ritorno».

City Factor analizza per voi che cosa è uscito di buono dall’incontro e come si può proseguire.

«Doha ha raggiunto l’obiettivo minimo che si era posto: garantire continuità legale al Protocollo di Kyoto ed estenderne la durata fino al 2020, anno nel quale teoricamente dovrebbe entrare in azione il nuovo accordo globale legalmente vincolante per ridurre le emissioni di gas serra e favorire i meccanismi di adattamento del pianeta al cambiamento climatico».  A commentare a caldo dopo una sessione di quasi 40 ore di negoziati è Federico Antognazza, vicepresidente dell’Italian Climate Network, una rete di ricercatori ed ambientalisti che promuove la condivisione di saperi sul cambiamento climatico. « Si è dedicato tuttavia più tempo a salvare la faccia e il contenitore del negoziato piuttosto che a dimostrare il coraggio per agire con impegni concreti che la società civile e gli eventi attuali avrebbero richiesto».

L’incontro di Doha segna con l’introduzione del calendario della Piattaforma di Durban una nuova fase dei negoziati, quella appunto che porterà ad un accordo globale coinvolgendo tutti gli stati membri.

Per il senatore Francesco Ferrante, esperto di politiche ambientali «tra i passi in avanti della road map, l’impegno a stabilire prima del 2015 modalità e strumenti per colmare il gap tra emissioni attese (58 Gton), quelle raggiungibili con gli attuali impegni (52-57 Gton) e il limite che gli scienziati considerano invalicabile (44 Gton). Questa attualmente è una montagna che oscilla tra gli 8 e i 13 miliardi di tonnellate di CO2eq e che mette davvero paura». Le parti hanno quindi due anni a trovare una strategia chiara per siglare un vero accordo e renderlo operativo per il 2020.

COP18 a Doha

COP18 a Doha

Il successo più grande del negoziato di Doha è sicuramente la firma del Secondo Periodo di impegni nel Protocollo di Kyoto, il trattato che regola il mercato delle emissioni e gli impegni per la riduzione dei gas serra dei paesi industrializzati. Entra de facto in azione dal 1 gennaio 2013 e durerà fino al 2020, quando verrà sostituito dal nuovo trattato. A livello globale non pesa molto nella lotta per il taglio alle emissioni. Quando Kyoto1 entrò in vigore nel 2005, era stato sottoscritto da nazioni che rappresentavano almeno il 50% emissioni globali. Oggi gli Stati che hanno firmato contano meno del 20% del totale.  Russia, Canada, Giappone e Nuova Zelanda infatti si sono rifiutati di essere inclusi nel secondo periodo per non danneggiare il mercato interno degli idrocarburi e le strategie energetiche nazionali. La sopravvivenza di Kyoto, oltre che garantire il proseguimento futuro dei negoziati – era la richiesta minima dei paesi in via di sviluppo – dà respiro ai mercati della CO2. Da un lato ratifica il secondo periodo di impegni l’Australia che in questo modo dal 2014 potrà legare il suo mercato delle emissioni al carbon market europeo, regolato dal protocollo. Dall’altro trovano respiro i mercati volontari del carbonio, il CDM (un mercato della co2 legato allo sviluppo green nel sud del mondo che a breve sarà riformato) e l’EU ETS, il mercato europeo, il più grande di tutti.

La plenaria ha risolto anche l’annosa questione degli AAUs dei crediti-emissioni concessi a paesi dell’ex-blocco sovietico considerati tossici, nonostante la Russia abbia cercato fino all’ultimo momento di poter conservare quei titoli il cui valore è stimato intorno ai 5 miliardi di dollari.

Per l’Italia Kyoto2 è un successo. «Questo è un quadro d’impegni che aiuterà le imprese che investono in rinnovabili e in efficienza energetica», spiega a CityFactor il ministro Clini. «Tuttavia se la dimensione del mercato rimane solo a livello Europeo, il vantaggio è limitato. Se invece la dimensione in futuro sarà globale, si potranno aprire mercati come quelli di Cina e India.»

L’unico applauso della società civile, oltre che per Kyoto 2, è stato tributato all’introduzione di un prezioso meccanismo, quello del loss and damage. Tradotto, significa perdite e danni: il meccanismo dovrebbe istituire un fondo dei paesi industrializzati per compensare i paesi poveri per perdite legate ai cambiamenti climatici. Secondo vari commentatori a sbloccare l’empasse Usa ci sarebbe stata la decisione di Obama di allocare 60 miliardi di dollari per il catastrofico uragano Sandy. Secondo l’economista Lord Nicholas Stern in futuro i danni del clima potrebbero costare fino al 20% del PIL globale.