All’interno di negoziati sul clima monta la voce di un nuovo attore: il mondo del business, raccolto sotto il buffo acronimo di BINGO (Business International Non-Govenrnamental Organizations). CityFactor ne ha analizzato il ruolo durante il summit di Doha in Qatar.

Il quadro economico della strategia per fermare i mutamenti climatici lo offre il Segretario del Framework Onu su Cambiamento Climatico (UNFCCC) Christiana Figueres: «Per raggiungere obiettivi ambiziosi dobbiamo mobilizzare importanti investimenti finanziari. Nel 2011 per esempio energia e carburanti da fonti rinnovabili hanno visto crescere il giro d’affari del 17% raggiungendo i 257 miliardi di dollari. Ma la strada è lunga. Per raggiungere gli obiettivi climatici dobbiamo canalizzare nel mercato delle rinnovabili oltre 36mila miliardi entro il 2050 in energia pulita. Per raggiungere questo obbiettivo la chiave sono le partnership tra il settore pubblico e quello privato».

A questo riguardo giovedì 6 dicembre è stato siglato un accordo tra le Nazioni Unite e il World Economic Forum, chiamato Momentum for Change. L’obiettivo? Individuare modelli di finanziamento pubblico-privato per poter mitigare le emissioni di gas serra in tutto il mondo e poter sviluppare tecnologie e progetti per rendere città e comunità resilienti al cambiamento climatico.

Secondo Thomas Kerr Direttore della Climate Change Initiatives del World Economic Forum (WEF) questo sarà un modo per creare una serie di show-case si imprese ed investimenti per inspirare business e amministrazioni. «Non si può pagare tutto con soldi pubblici, serve movimentare in maniera congiunta investimenti dal settore privato», ha detto Kerr.

Le fonti a cui molti negoziatori guardano sono molteplici. Oltre a partecipazioni del settore privato dentro il Green Climate Fund, il fondo per gli investimenti verdi in paesi in via di sviluppo in via di approvazione, si pensa di coinvolgere Banche d’investimento come World Bank, Asian Development Bank, BEI e tramite progetti di cooperazione bi e multi-laterali. «Una via», ha commentato a CityFactor il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, «che l’Italia supporta ampiamente».

A Doha erano presenti numerose imprese, sia del mondo degli idrocarburi  sia della green economy. Tra queste, Siemens rappresentata da Barbara Kux, Chief Sustainability Officer. «Ogni paese richiede soluzioni tecnologiche diverse e localizzate», ha dichiarato la Kux. «Le compagnie private devo comprendere i benefici di eliminare emissioni e consumi. Per questo sono necessarie storie di successo che diano il buon esempio».

Per molti paesi in via di Sviluppo è importante supportare compagnie locali, provenienti da economie meno industrializzate. Per questa ragione il negoziato ONU ha discusso di meccanismi di trasferimento tecnologico. Questi meccanismi infatti servirebbero ad esportare a basso costo know-how e brevetti a paesi ed imprese nel sud del mondo. «Attenzione però», avverte Alberto Zoratti, presidente dell’organizzazione dell’economia solidale Fairwatch. «Bisogna farlo in maniera attenta, liberando anche i saperi», fondamentali per fare scelte accurate e per evitare vassallaggio economico. «Va poi aggiunto che questa non è la location più adatta per discutere di tech transfer. Sarebbe più idoneo trasferire il dibattito alla WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio. Infatti il regime attuale sulle proprietà intellettuali (TRIPS) non rende possibile il trasferimento tecnologico».

Per numerosi intervistati la tendenza ad allargare il ruolo del privato all’interno dei negoziati e dell’azione globale per il clima è assodata. Dopo Rio+20 le Nazioni Unite hanno definitivamente sdoganato il mondo dell’impresa nella cooperazione. «Il mondo degli affari», continua Zoratti «si sta imponendo nei tavoli con le sue condizionalità, a discapito di un settore pubblico indebolito dalla crisi. È importante fare in modo che sia regolato».