A Doha si è parlato anche della questione alimentare. Con il clima cambierà la nostra dieta? Ne hanno parlato esperti e figure di rilievo. Come il Segretario Onu Ban Ki-Moon.

Noi dobbiamo trovare un accordo globale legalmente vincolante sul clima. È la nostra priorità.

A parlare il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, intervenuto martedì a Doha alla conferenza sul clima Cop18. Interessante è il contesto del suo intervento: la conferenza sulla sicurezza alimentare Sustainable Solutions for Climate Action: Food Security in Dry Lands under a Changing Climate, tenutasi a margine della plenaria dei negoziatori. Presenti tutte le più alte cariche, da Christiana Figueres, Segretario dei Negoziati all’Emiro presidente del negoziato Abdullah bin Hamad Al-Attiyah.

«Noi vogliamo un futuro sicuro e prospero, dice Ban, alla platea. Un futuro di sicurezza anche alimentare, sottolinea. Quando si parla di cambiamento climatico si pensa sempre a ghiacciai sciolti o all’innalzamento del livello del mare. Eppure a rischio è anche la nostra sicurezza alimentare».

Secondo Francis Moore della Commissione Onu sulla Sicurezza Alimentare, intervenuto in mattinata in sala stampa, «il cambiamento climatico potrebbe ridurre del 15-25% le nostre risorse alimentari» entro il 2030. Una crisi pericolosa, che metterebbe a rischio sopratutto i centri abitati dipendenti dalle aree rurali per l’approvvigionamento alimentare.

«Per risolvere questa crisi pericolosa il mondo agricolo e alimentatore deve diventare climate smart, resiliente ai cambiamenti climatici continua Moore.

«I capannelli di allarme sono chiari» dice Mariagrazia Midulla, responsabile politiche clima WWF. «Questa estate abbiamo assistito a una serie di gravi siccità nei granari del mondo, dagli USA all’Ucraina. E la situazione potrebbe anche peggiorare. A dirlo oramai sono anche istituzioni conservatrici come la Banca Mondiale ». A rischio è soprattutto il ciclo dell’acqua: da un lato lo scioglimento di molti ghiacciai eliminerebbe il prezioso apporto idrico estivo in molte aree, dall’altro fenomeni temporaleschi sempre più intensi danneggerebbero colture ed allevamenti.

Ma le soluzioni esistono, l’ingegno umano viene in aiuto. «Bisogna favorire processi di adattamento al clima, farli diventare politiche prioritarie dei nostri paesi. Di esempi ne esistono molte», continua Moore. Come ad esempio nuove culture meno idro-intensive, oppure allevamenti che consumano solo scarti agricoli.

Per Gerald Nelson, analista FAO per la sicurezza alimentare, non si tratta solo di tecniche agricole. Anche le politiche sono importanti per favorire la sicurezza alimentare specie nelle aree urbane. «Per garantire gli approvvigionamenti è importante favorire il libero commercio internazionale. Le barriere commerciali possono danneggiare i paesi più a rischio».

Il Qatar è un ottimo esempio: «noi dobbiamo importare oltre il 95% del cibo», dice Fahad H. responsabile del dipartimento agricolo qatariota intervenuto nella conferenza dove ha presenziato Ban Ki-Moon .

«Se i paesi da cui importiamo il cibo verranno impattati dal cambiamento climatico, la prima cosa che potrebbero fare è fermare le esportazioni verso paesi come il nostro. Per questo noi investiamo in tecnologie che possiamo esportare in altri paesi del golfo. Miglioriamo la capacità produttiva degli altri ed aumentiamo la nostra sicurezza».

Secondo l’economista Lester Brown, autore del libro “9 miliardi di posti a tavola” «è fondamentale cambiare alimentazione. L’eccesso di consumo non è sostenibile».

Per Nelson «in molti paesi in via di sviluppo tuttavia serve alimentare il consumo di proteine animali. L’importante è farlo nella maniera corretta». Per questo l’agricoltura è entrata anche dentro  pannelli tecnici di questo negoziato sul clima. «Vari delegati hanno chiesto  venissero presentati dati sulle emissioni dell’agricoltura», spiega ancora Midulla. «una richiesta importante perché l’agricoltura oltre che essere vittima delle emissioni è un settore che produce una quantità rilevante di gas serra (circa il 16% secondo l’ONU nda)».

Bisogna inoltre lavorare per fermare disboscamento finalizzato a fare spazio a nuove aree agricole. Questo produce emissioni, denunciano numerose ONG. «Bisogna imparare a produrre cibo producendo meno emissioni e  salvaguardando le foreste».