Tag

Speciali

Rampini e la mobilità elettrica 0

Rampini, quando la mobilità si tinge di verde

Chi dice che la mobilità sostenibile, quella che viene identificata come green negli altisonanti titoli dei giornali, non possa essere una peculiarità italiana? A guardarsi bene attorno, andando alla ricerca delle eccellenze nostrane, si scopre che una delle aziende più avanzate da un punto di vista tecnologico si trova a Passignano sul Trasimeno, in provincia di Perugia, dove ha avuto i suoi natali e continua tuttora a lavorare la Rampini, azienda manifatturiera che affonda le sue radici nella prima metà del diciannovesimo secolo e che vanta oggi uno stabilimento di 80mila metri quadri.
La storia della Rampini è cominciata il 24 aprile 1945, quando Carlo Rampini, il fondatore, decise di registrare la sua officina alla Camera di Commercio di Perugia, mettendo a frutto le esperienze maturate nel campo della meccanica e dell’idraulica.
E’ una storia di dedizione e di duro lavoro, in stile tutto italiano, quella della Rampini. Carlo aveva, infatti, lavorato come tecnico preso la Sai (Società Aeronautica Italiana) e come collaudatore di componentistica per sommergibili nel Lago d’Iseo per la Caproni, adattandosi a fare un po’ di tutto dal fabbro al saldatore fino al falegname. Esperienza che gli è servita nel momento in cui ha visto nascere la sua azienda.
Nei primi anni Sessanta l’azienda ha avuto una svolta, grazie all’avvio delle fasi di progettazione e produzione di automezzi antincendio e apparecchiature speciali, inizialmente per gli aeroporti militari e poi anche per quelli civili. Quando, nel 1992, la Rampini ha acquisito la Prinoth di Ortisei, azienda leader nella costruzione di gatti delle nevi, il parco macchine dell’azienda comprendeva già veicoli speciali come le cabine di regia per la Rai e gli automezzi per la trasmissione satellitare per l’Agenzia Spaziale Italiana.

Alla Rampini arriva Alé
Un altro momento cruciale per l’azienda è arrivato senza dubbio nel 2004, quando la ditta Cam (Carrozzeria Autodromo Modena) è stata rilevata dal tribunale fallimentare. La Cam produceva, tra le altre cose, un autobus da 8 metri chiamato Alé.
La Rampini ha completamente rivisitato Alé, lavorando sul progetto diversi anni con lo scopo di farne un prodotto finito e affidabile, un autobus totalmente elettrico in grado di garantire un servizio prolungato e continuativo. Tutto il processo produttivo è stato mantenuto all’interno dei suoi stabilimenti, dalla progettazione al lavoro in officina, facendo di Alé un prodotto totalmente Made in Italy.
Mancava all’appello solo un motore elettrico che assicurasse prestazioni elevate. Ed è così che è nata la collaborazione con Siemens. Il motore e il sistema di trazione Elfa, brevettati da Siemens già una ventina di anni fa, rappresentano ormai il cuore verde dei dodici autobus elettrici Alé già entrati in servizio completo su due linee nel centro storico di Vienna.
Il motore assicura sempre una continua e assoluta autonomia rispetto a tutte le funzioni e le prestazioni richieste, grazie anche a un efficace sistema di ricarica totalmente assicurato da brevi soste al capolinea.

I vantaggi ambientali di Alé e la sua diffusione
Un autobus dal motore verde quindi. Ma quali sono i vantaggi in termini di impatto sull’ambiente? E’ presto detto. Questa tecnologia assicura un risparmio di emissioni di circa 65 tonnellate di CO2 ogni anno per ogni mezzo in esercizio.
Grazie alle sue caratteristiche, Alé sta avendo ottimi riscontri sia sul mercato locale che su quello internazionale: oltre a quelli di Vienna, un mezzo è già presente anche sulle strade di Nizza, due sono impiegati a Piacenza, due a Gorizia, e due sono in consegna a Siena nel marzo dell’anno prossimo.
Ora si apre una nuova sfida per la Rampini, Il Ministero dell’Ambiente ha messo a disposizione per il rinnovo del trasporto locale pubblico 110 milioni di euro, ripartiti tra le varie regioni, dando disposizione di inserire nel parco macchine anche gli autobus elettrici. Staremo a vedere dove riusciranno ad arrivare l’autobus Alé ed il suo motore elettrico.

 

Continua il percorso tra le Aziende Eccellenti italiane su Sette.

domatori 0

Sveppi, l’eccellenza italiana nel mercato delle reti elettriche

Se si parla di eccellenze made in Italy non si può non entrare nella realtà di Sveppi, acronimo di Stazione veneta per prove di potenza su interruttori, che sorge nella campagna alle spalle di Mestre, alle porte di Scorzè.

Nato negli anni 50 come Sade, la Società Adriatica di Distribuzione dell’Energia Elettrica, è stato il primo laboratorio italiano fisso di prove di cortocircuito, costruito accanto alla sottostazione che convogliava qui l’energia proveniente dalle centrali del Cadore, della valle del Piave e della costiera adriatica.

In poco più di mezzo secolo, circa 60 anni, questa realtà è riuscita a reimmaginarsi, a puntare sull’innovazione tecnologica fino a raggiungere, partendo dalla provincia italiana, i mercati globali dell’Asia, stringendo rapporti con India e Cina.

Sveppi diventa un punto di riferimento nel mercato delle prove di cortocircuito.

Le basi c’erano tutte, competenze e passione anche, tutto quello che serviva era uno slancio e qualcuno che ci credesse. Così, con l’arrivo della multinazionale tedesca Siemens, è arrivata la svolta che ha fatto sì che Sveppi diventasse il punto di riferimento per le prove di gran parte dei costruttori di apparecchiature elettriche.

Fino a qualche anno fa, infatti, al laboratorio Sveppi si testavano soprattutto interruttori di alta tensione (quelli di porcellana marrone). Oggi è invece un vero e proprio polo d’eccellenza che sta sviluppando anche altre attività proprio a partire da queste competenze.

Le conoscenze tecnologiche e le competenze sviluppate portano clienti da tutto il mondo. Dall’Arabia Saudita, ad esempio, è arrivato un cliente per testare una “sospensione a v”, un isolatore per linea elettrica aerea: ha una forma particolare, date le esigenze delle reti locali. Nei laboratori Sveppi, è stato simulato quello che può avvenire durante la caduta di un fulmine per capire se, una volta superato lo “shock”, l’apparecchio tornerà a funzionare correttamente.

Nel mercato delle prove si, ma con delle novità.      

Con l’ingresso di Siemens, Sveppi si è affacciata verso una nuova tipologia di business, in costante crescita. Stiamo parlando di quella dei trasformatori di media tensione, utilizzati per le connessioni del mondo rinnovabile alla rete elettrica, come accade ad esempio per il fotovoltaico.

Accanto a questo, e forse è questa la vera e più rilevante novità, l’azienda ha sviluppato un prodotto che permette di fare, in remoto, monitoraggio e diagnostica delle apparecchiature installate negli impianti.

Di cosa si tratta nello specifico e in parole semplici? Significa, in buona sostanza, che interruttori, scaricatori, trasformatori di potenza nelle cabine in giro per l’Italia, e successivamente nel mondo, possono essere tenuti sotto controllo a distanza grazie a un modulo programmato per valutare i dati che arrivano via internet dalle macchine.

Sono tanti i vantaggi di questo modus operandi. Innanzitutto, notevoli risparmi in termini economici. L’azienda fornitrice non deve, infatti, inviare squadre di tecnici per fare controlli routinari, e può evitare gran parte dei fuori servizio non programmati.

In questo campo, Sveppi è diventato un vero e proprio centro di competenza mondiale all’interno di Siemens. E così l’azienda sta proponendo queste nuove tecnologie anche in India (alla Tata), in Australia e in Gran Bretagna.

È proprio questo il settore in cui Sveppi punta a crescere, con un obiettivo di 5-10 volte i ricavi di oggi nel giro di qualche anno.

 

Continua il percorso tra le Aziende Eccellenti italiane su Sette.

 

Il ponte sotto lo Stretto di Messina 0

L’energia passa sotto lo Stretto di Messina

Dal 2015, un ponte unirà Sicilia e Calabria, Messina e Reggio Calabria. Non si tratta del ben noto ponte sullo stretto, bensì di un elettrodotto sotterraneo che, una volta ultimato, avrà una lunghezza di ben 105 chilometri. Il cantiere è partito nel 2011, ed è uno dei più ambiziosi progetti intrapresi da Terna, operatore di reti per la trasmissione dell’energia, che gestisce la Rete di Trasmissione Nazionale con oltre 63.500 km di linee in Alta tensione.
Il progetto, che ha richiesto un investimento di circa tre milioni di euro ed impiega ogni giorno circa 160 lavoratori, una volta ultimato vanterà una serie di record. È già stato posato, ad esempio, il più lungo cavo sottomarino a corrente alternata al mondo: ha una lunghezza di 38 chilometri e raggiunge i 370 metri sotto il livello del mare. E sono stati realizzati il più profondo pozzo verticale per cavi ad altissima tensione, lungo 300 metri, ed il più lungo tunnel orizzontale – sempre per cavi ad altissima tensione – ad una profondità di 600 metri e con una pendenza del 10%. Infine, con la realizzazione del nuovo elettrodotto è stato raggiunto anche il più alto livello di tensione in Europa per una stazione elettrica a corrente alternata: 550 kV.

Quest’ultimo elemento ha richiesto l’adozione di soluzioni straordinarie dal punto di vista della gestione della sicurezza. All’interno delle stazioni intermedie, dove arrivano e ripartono i cavi con le linee portanti dell’impianto si trovano, infatti, i cosiddetti “blindati” realizzati da Siemens, dove sono alloggiati tutti gli strumenti di governo di qualsiasi possibile anomalia dell’apparato.

I benefici dell’elettrodotto
Saranno molti i vantaggi apportati da quest’opera. Uno degli obiettivi, ad esempio, è quello di rafforzare il collegamento elettrico tra Sicilia e Calabria, riducendo così i rischi di blackout e quindi di isolamento elettrico della Sicilia. Verranno inoltre migliorate affidabilità, sicurezza e qualità del sistema elettrico siciliano, soggetto negli ultimi anni a frequenti disservizi a causa degli scarsi aggiornamenti delle infrastrutture dell’isola.
A questi benefici si aggiungono sicuramente i vantaggi in termini di abbassamento di costi e perdite. Si calcola che, una volta ultimato l’elettrodotto, ci sarà un risparmio complessivo per il sistema elettrico pari a 600 milioni di euro l’anno.
Il ponte elettrico dello Stretto di Messina, infine, riveste una rilevanza decisiva anche in relazione alla collocazione geografica strategica della nostra penisola, che è a tutto gli effetti un collegamento tra le reti del Nord-Africa e quelle dell’Europa centrale.

I benefici ambientali dell’elettrodotto
La presenza dell’elettrodotto porterà vantaggi anche da un punto di vista ambientale. Grazie al nuovo collegamento verranno evitate circa 670mila tonnellate annue di emissioni di CO2 in atmosfera. Nel contempo, la razionalizzazione della rete elettrica nelle province di Messina e Reggio Calabria permetterà un abbattimento di circa 170 km di linee elettriche obsolete. Ci sarà, inoltre, un recupero di territorio di circa 264 ettari.

 

Continua il percorso tra le Aziende Eccellenti italiane su Sette.

Icam è un'eccellenza italiana 0

Cioccolato Icam, un’eccellenza italiana ed equosolidale

Icam è una storia di passione tutta italiana, che comincia con il porta a porta e finisce sul mercato mondiale, passando per il gusto del cioccolato. Come tutte le grandi storie, anche questa parte da un’intuizione, quella di Silvio Agostoni, fondatore di Icam che, dopo aver prodotto le prime tavolette di cioccolato in un piccolo stabilimento di Lecco, decide di portarle in giro nei negozi di alimentari del Lago di Como. E’ così che è nata un’eccellenza nostrana, lombarda, volendola collocare geograficamente.

Tutto il resto è storia. Nel secondo dopoguerra, approfittando del clima vivace per tutta l’industria dolciaria, Icam decide di continuare ad investire, inseguendo l’idea di portare un prodotto fino ad allora considerato un lusso, il cioccolato appunto, nelle case di tutti, abbinando la qualità a prezzi ragionevoli.

E’ proprio questa filosofia che ha reso l’azienda sempre pronta al cambiamento, anche quando sono scomparsi i piccoli negozi al dettaglio, sono aumentati i supermercati e, soprattutto negli anni 80, si sono affermate le private label, i marchi privati delle insegne della grande distribuzione.

La presenza sul mercato nazionale ed internazionale
Dall’intuizione, l’impegno, e la passione per il cioccolato è nata la ricetta vincente di Icam. Già negli anni 80, l’azienda risponde positivamente alla chiamata di Coop: il cioccolato Icam deve essere a disposizione dei cliente sugli scaffali della catena. A questo sono seguite le richieste di altri grandi brand industriali come Côte d’Or, Sperlari, Bauli e Lindt.

I risultati non si sono fatti attendere, ed oggi il 50% della produzione viene venduto ad industrie e grandi laboratori artigianali, mentre il rimanente viene trasformato in tavolette o praline, per metà destinate alle etichette estere (fra cui i marchi Green&Black’s e Rapunzel) e per l’altra metà a prodotti con marchio Icam.

Cioccolato, diritti e ambiente
Alta qualità, ricette segrete e gusto non sono gli unici ingredienti di questo cioccolato eccellente. Icam è anche riuscita a rispondere con uno sguardo lungimirante a sempre nuove esigenze di mercato e alle aspettative dei propri clienti, guardando, a partire dagli anni novanta, anche al consumatore più attento all’ambiente, alla salute, ed ai diritti umani. Così Icam è diventata un’azienda leader nella produzione del cioccolato biologico, arrivando ad ottenere anche la certificazione FairTrade.
L’azienda è riuscita a creare un legame diretto con le cooperative locali di contadini delle piantagioni di cacao sia in America Latina, che in Africa. Icam è infatti presente in loco con il proprio personale, che controlla le prime operazioni di raccolta e conservazione; in questo modo, vengono garantiti standard di qualità e condizioni vantaggiose per i contadini.

Attualmente la produzione, non solo biologica, arriva ad includere oltre 100 ricette di copertura fondente, 80 al latte, 25 di cioccolato bianco e 11 di gianduia, con più di 3.000 articoli tra convenzionali o biologici, proposti anche nelle varianti senza-glutine e senza-zucchero.

Lo stabilimento di Orsenigo
C’è ancora più cioccolato nel futuro di Icam e lo stabilimento di Orsenigo è il simbolo della salute dell’azienda.
Si tratta di un impianto che attualmente conta circa 350 dipendenti e alla cui realizzazione ha partecipato anche Siemens. L’azienda tedesca ha infatti raccolto la sfida di realizzare uno stabilimento completamente automatizzato, un sistema integrato in grado di gestire tutte le fasi – dalla richiesta produttiva fino all’approvvigionamento delle materie prime, passando attraverso la programmazione e la pianificazione del processo – garantendo così la totale tracciabilità dei prodotti.
I risultati non si sono fatti attendere. Basti pensare che, nel 2012, il nucleo produttivo a ciclo continuo del nuovo sito di Orsenigo ha raggiunto una capacità totale in termini di volumi pari a 26.000 tonnellate di cioccolato prodotto, di cui 10.000 di tavolette e 16.000 di semilavorati sotto forma di cioccolato liquido, solido, polvere di cacao e burro di cacao.

 

Continua il percorso tra le Aziende Eccellenti italiane su Sette.

medicina nucleare 0

Medicina diagnostica e nucleare, il centro Sdn è l’avanguardia italiana

Considerando il luogo in cui sorge, una Napoli periferica che sicuramente niente ha a che vedere con le zone bene di Posillipo o del Vomero, forse nessuno ci avrebbe scommesso, eppure il centro Sdn, Istituto di Ricerca Diagnostica e Nucleare, che ha sede a Gianturco, a guardare i numeri, è una realtà a dir poco Svizzera. In grande espansione a livello lavorativo (continua ad assumere, e non è poco dato il momento di crisi) può vantare numeri sorprendenti e tecnologie all’avanguardia, ma andiamo con ordine.
Il centro SDN deve le sue origini al professor Marco Salvatore, fondatore, negli anni 70, di uno studio di diagnostica nucleare che, nel 1978 poteva già fregiarsi di un signor primato: è stato, infatti, il primo centro in cui le immagini di radiologia e medicina nucleare furno trasferite dal formato analogico a quello digitale. Per lo scopo venne usato l’unico computer compatibile con le apparecchiature dell’epoca, in commercio solo negli Stati Uniti.
Attualmente le prestazioni offerte dall’Istituto spaziano dalla cosiddetta diagnostica “in vitro”, più comunemente detta medicina da laboratorio, come esami delle urine, tamponi e dosaggi ematici, e la diagnostica “in vivo”, ossia esami di radiodiagnostica e medicina nucleare come Tac, Risonanza magnetica, Pet, scintigrafia, ecografie, fino ad arrivare alla diagnostica multimodale effettuata con apparecchiature ibride di ultima generazione, ovvero Tac/Pet ed Rm/Pet.

Il BiographmMR di Siemens, fiore all’occhiello dell’Sdn.
Ed arriviamo così al fiore all’occhiello del Istituto: il tomografo ibrido Rm-Pet, il BiographmMR di Siemens. Si tratta di una macchina che ha del rivoluzionario in termini di abbattimento dei costi, diagnosi precoce e riduzione di tempi di attesa, e che può essere utilizzata in molteplici campi medici: oncologico, neuro-degenerativo e cardiologico.

Il tomografo ibrido Rm-Pet è, infatti, un’apparecchiatura che consente di effettuare contemporaneamente scansioni di tomografia a emissione di positroni (Pet) e di risonanza magnetica (Rm). Questo significa che il momento diagnostico diventa unico poiché, simultaneamente, vengono acquisite le immagini delle due metodiche per essere combinate in una sola. Oltre ai vantaggi sopraelencati, l’utilizzo di questa macchina di ultimissima generazione consente anche di valutare l’efficacia dei trattamenti a cui il paziente viene sottoposto, ma non solo. Permette, infatti, di personalizzare la terapia, monitorarne il percorso ed avere una maggiore certezza nel dettaglio. Basti pensare, ad esempio, che nel caso di una lesione tumorale l’esame Pet/Rm riesce a indicarne la perfetta collocazione e l’aggressività di lesioni anche inferiori al millimetro.
Andando nello specifico, nello studio delle malattie neurologiche l’unione delle due tecnologie consente poi di ottenere un quadro di imaging completo e una comprensione profonda delle malattie neurologiche. Per quel che riguarda la diagnosi oncologica, BiographmMR non fornisce soltanto informazioni importanti durante il rilevamento precoce e la determinazione del livello di stadiazione; può infatti rappresentare un fattore decisivo per la pianificazione del trattamento, la selezione della terapia, il monitoraggio e il follow-up.
L’Sdn è la prima struttura sanitaria, se si considerano Italia, Europa mediterranea, Belgio e Svizzera, ad essere dotato di una simile apparecchiatura.

I numeri dell’Sdn.
L’Istituto di Ricerca Diagnostica e Nucleare è, innanzitutto, il primo servizio di medicina di laboratorio in Campania.
Considerando l’alta qualità dei servizi forniti dall’Istituto, non sorprende che ogni anno vengano effettuate circa 200 mila prestazioni di diagnostica per immagine e 2 milioni da laboratorio. L’SDN richiama pazienti da ogni parte del Paese, con una mobilità di circa il 35%.
Il Tomografo ibrido Rm-Pet, inoltre, da solo garantisce all’Istituto un record mondiale, con ben 5 esami al giorno.
Attualmente, l’Sdn riesce a dare lavoro a 150 dipendenti ed 80 collaboratori, la cui età media si aggira attorno ai 35 anni, con una presenza di lavoratrici che supera il 50%.
Il centro è aperto tutti i giorni eccetto che a Pasqua, Ferragosto e Natale, e i tempi di attesa non superano mai le 48/72 ore, mentre gli orari di lavoro vanno dalle 5 del mattino all’una di notte. Questo modus operandi garantisce una servizio costante per i pazienti e per tutto il territorio.

Comunicazione ed accesso alle informazioni.
Un altro aspetto che caratterizza il lavoro dell’Istituto di Ricerca Diagnostica e Nucleare è la centralità della comunicazione con i pazienti e il tentativo, ben riuscito, di garantire una facilità di accesso alle informazioni, soprattutto per quel che concerne i referti degli esami effettuati al suo interno.
Su questo fronte, infatti, l’Sdn ha realizzato un sistema che consente ai pazienti di consultare direttamente sul sito dell’Istituto, i referti degli esami effettuati, che possono, in ogni caso, essere inviati anche via e-mail o via fax, oppure tramite corriere, il tutto in forma gratuita.
A questo si aggiunge una comunicazione costante tra i medici, che avviene grazie ad un sistema informativo che crea un network tra dottori del centro, specialisti e professionisti di medicina generale. Aspetto questo molto importante per lo scambio di informazioni sui pazienti, che può così avvenire in tempo reale. In questo modo, inoltre, è possibile seguire il paziente in tutte le fasi, dalla prenotazione, alla raccolta dei dati anamnestici, fino ad arrivare all’informazione che viene fornita al medico curante.

 

Continua il percorso tra le Aziende Eccellenti italiane su Sette.

laboratorio-sveppi-233 0

Generazione distribuita, alla ‘ricerca’ di reti sempre più intelligenti [Parte 2/2]

Il futuro della trasmissione e distribuzione Smart di energia passa per l’analisi del futuro e il monitoraggio del presente.

(altro…)

grid sole 2

Generazione distribuita, alla ‘ricerca’ di reti sempre più intelligenti [Parte 1/2]

Aumentano i piccoli impianti di produzione sparsi sul territorio italiano che necessitano di reti energetiche sempre più efficienti. Sfide e opportunità per un Paese all’avanguardia.

(altro…)

Doha smart city 0

Doha e i Mondiali “green” del 2022

I suoi abitanti hanno l’impronta ecologica pro-capite più alta al mondo. Ora l’emirato di Al-Jazeera e dei Mondiali 2022 vuole cambiare rotta e diventare green. Dopo aver seguito il summit ONU, CityFactor è andato a dare un’occhiata alla città in compagnia dell’architetto Doriana Pirino.

Per essere la città con il più alto numero di emissioni di Co2 pro-capite al mondo non è facile credere che sia una delle 10 green city emergenti. Eppure secondo Leon Kaye, editore del noto blog  GreenGoPost.com Doha si merita un posto accanto a Seoul, San Jose, Detroit, Adelaide, Brasilia, Mexico City, Belgrado e persino Napoli. A dare sponda a Kaye ci pensa anche il Guardian che la definisce «un laboratorio di architettura sostenibile».

CityFactor ha visitato la città accompagnata dall’architetto Doriana Pirino, membro di uno studio di architettura qatariota. «I suoi cittadini non pagano acqua ed elettricità, mentre per gli stranieri in ogni caso i prezzi rimangono bassissimi, inclusa ovviamente la benzina. Il paese galleggia letteralmente sul Gas naturale. Architettonicamente ci sono vari edifici interessanti»

Ovunque lo sguardo si posi emergono alte gru e cantieri aperti. Il paese è in piena fase di sviluppo: quanto sarà green? «Qua l’aria condizionata funziona 24/7, l’elettricità costa poco disincentivando il risparmio energetico. Infine Doha non è certo una città per pedoni: il trasporto, visto anche il caldo estremo, è interamente su gomma. In alcuni centri commerciali l’aria condizionata si trova persino nei parcheggi sotterranei».

Vista la sua terribile carbon footprint Doha ha abbracciato un piano di riforma green, incluso nel masterplan per il futuro della città, il Qatar’s National Vision 2030 plan.

Ma il primo obiettivo sono i Mondiali di Calcio del 2022 che la città vorrebbe eco-sostenibili. Oltre 800 hotel infatti verranno costruiti nei prossimi anni, e molti di questi dovranno essere green.

Secondo Issa Al Mohannadi, CEO di Msheireb Properties e presidente del Qatar Green Building Council «il futuro è negli investimenti in abitazioni sostenibili, dato che la maggior quantità di risorse viene spesa nel settore abitativo. Attualmente il Qatar è sesto nella classifica degli edifici sostenibili (procapite, anche se il dato non è verificabile. Nda). La sua compagnia Msheireb sta costruendo un compound da 31 ettari nel centro di Doha al alta efficienza energetica (investimento: 5,5miliardi di $) che sarà insignito della prestigiosa certificazione Platinum LEED buildings. Il nuovo centro sarà un modernissimo souq misto ad abitazioni residenziali dotato di soluzioni ecosostenibili per il risparmio energetico.

Museum of Islamic Art

Museum of Islamic Art a Doha

Secondo Pirino «è un peccato che molta dell’architettura tradizionale araba non venga ripresa negli edifici bassi. La climatizzazione con delle torri del vento di raffrescamento e dei rivoli di acqua intorno ai muri esterni per raffrescare le pareti per secoli ha svolto un ottimo lavoro. Oggi però molti si accontentano di soluzioni architettoniche “jalla”, poco rifinite e di bassa qualità».

Qatar National Convention Center

Qatar National Convention Center

Edifici come il Qatar National Convention Center tuttavia fanno ben sperare: il centro congressi che ha ospitato la conferenza ONU sul Clima è alimentato da 3500 metri quadri di pannelli solari che alimentano oltre il 12,5% dell’energia del centro congressi. Il tetto solare genera 1,225 Mwh si energia elettrica compensando oltre  1,140 tonnellate di emissioni di CO2.

La cautela delle banche, vista la crisi economica globale, ha contribuito allo stop degli investimenti in molti progetti energetici green, dando la preferenza per il momento a progetti di infrastrutture: secondo varie fonti il magniloquente e controverso progetto di Energy city (un hub super sostenibile per l’industria degli idrocarburi) sarebbe bloccato, così come altri progetti green.

Intanto a Doha si pensa di diversificare gli investimenti orientandosi verso la produzione di energia rinnovabile e trasporti sostenibili: per la Coppa del Mondo del 2022  la città vuole investire decine di miliardi di dollari nel settore del solare e dei trasporti su rotaia. Il sole qua certo non manca: infatti dal 2014 si inizieranno a produrre pannelli solari e solar station. Sebbene per molti “football fans” attualmente il problema sembra essere il consumo di birra in pubblico (attualmente vietato), la questione “come raggiungere” gli stadi, vista la scarsità di taxi, rimane fondamentale. Rimangono 10 anni certo.

Riuscirà Doha a portare avanti la sua svolta verde? Oppure i Mondiali 2022 saranno ricordati come quelli dei combustibili fossili?

COP18 a Doha 2

Accordo di Doha sul clima: un’analisi dei risultati

Chiuso il negoziato ONU sul clima a Doha, CityFactor analizza i risultati più significativi, tra cui l’adozione del secondo periodo di impegni per il Protocollo di Kyoto e il meccanismo Loss&Balance.

Dopo trentasei ore continue di negoziato è stato approvato il documento finale della 18ima Conferenza ONU sul Clima, battezzato Doha Climate Gateway. Un testo di passaggio (gateway) che conferma il Secondo Periodo di impegni sotto il Protocollo di Kyoto per i paesi sviluppati e inaugura un nuovo regime di negoziati per un trattato globale legalmente vincolante sul cambiamento climatico, che richiederà tagli alle emissioni a tutti gli stati membri, da firmare entro il 2015.

Un negoziato complicato su cui hanno pesato le divisioni tra i paesi in via di sviluppo, il blocco dei Basic (Brasile, Sud Africa, India e Cina) e i paesi industrializzati, con gli USA nella parte del cattivo di turno, ostile a qualsiasi concessione. Per il  ministro Corrado Clini «Doha è un bicchiere per tre quarti vuoto ed uno pieno». Sempre meglio di un fallimento totale, data l’importanza dell’argomento. «Ma non possiamo rimandare oltre» dice Alberto Zoratti di Fairwatch. «Ogni secondo ci avviciniamo sempre più al punto di non ritorno».

City Factor analizza per voi che cosa è uscito di buono dall’incontro e come si può proseguire.

«Doha ha raggiunto l’obiettivo minimo che si era posto: garantire continuità legale al Protocollo di Kyoto ed estenderne la durata fino al 2020, anno nel quale teoricamente dovrebbe entrare in azione il nuovo accordo globale legalmente vincolante per ridurre le emissioni di gas serra e favorire i meccanismi di adattamento del pianeta al cambiamento climatico».  A commentare a caldo dopo una sessione di quasi 40 ore di negoziati è Federico Antognazza, vicepresidente dell’Italian Climate Network, una rete di ricercatori ed ambientalisti che promuove la condivisione di saperi sul cambiamento climatico. « Si è dedicato tuttavia più tempo a salvare la faccia e il contenitore del negoziato piuttosto che a dimostrare il coraggio per agire con impegni concreti che la società civile e gli eventi attuali avrebbero richiesto».

L’incontro di Doha segna con l’introduzione del calendario della Piattaforma di Durban una nuova fase dei negoziati, quella appunto che porterà ad un accordo globale coinvolgendo tutti gli stati membri.

Per il senatore Francesco Ferrante, esperto di politiche ambientali «tra i passi in avanti della road map, l’impegno a stabilire prima del 2015 modalità e strumenti per colmare il gap tra emissioni attese (58 Gton), quelle raggiungibili con gli attuali impegni (52-57 Gton) e il limite che gli scienziati considerano invalicabile (44 Gton). Questa attualmente è una montagna che oscilla tra gli 8 e i 13 miliardi di tonnellate di CO2eq e che mette davvero paura». Le parti hanno quindi due anni a trovare una strategia chiara per siglare un vero accordo e renderlo operativo per il 2020.

COP18 a Doha

COP18 a Doha

Il successo più grande del negoziato di Doha è sicuramente la firma del Secondo Periodo di impegni nel Protocollo di Kyoto, il trattato che regola il mercato delle emissioni e gli impegni per la riduzione dei gas serra dei paesi industrializzati. Entra de facto in azione dal 1 gennaio 2013 e durerà fino al 2020, quando verrà sostituito dal nuovo trattato. A livello globale non pesa molto nella lotta per il taglio alle emissioni. Quando Kyoto1 entrò in vigore nel 2005, era stato sottoscritto da nazioni che rappresentavano almeno il 50% emissioni globali. Oggi gli Stati che hanno firmato contano meno del 20% del totale.  Russia, Canada, Giappone e Nuova Zelanda infatti si sono rifiutati di essere inclusi nel secondo periodo per non danneggiare il mercato interno degli idrocarburi e le strategie energetiche nazionali. La sopravvivenza di Kyoto, oltre che garantire il proseguimento futuro dei negoziati – era la richiesta minima dei paesi in via di sviluppo – dà respiro ai mercati della CO2. Da un lato ratifica il secondo periodo di impegni l’Australia che in questo modo dal 2014 potrà legare il suo mercato delle emissioni al carbon market europeo, regolato dal protocollo. Dall’altro trovano respiro i mercati volontari del carbonio, il CDM (un mercato della co2 legato allo sviluppo green nel sud del mondo che a breve sarà riformato) e l’EU ETS, il mercato europeo, il più grande di tutti.

La plenaria ha risolto anche l’annosa questione degli AAUs dei crediti-emissioni concessi a paesi dell’ex-blocco sovietico considerati tossici, nonostante la Russia abbia cercato fino all’ultimo momento di poter conservare quei titoli il cui valore è stimato intorno ai 5 miliardi di dollari.

Per l’Italia Kyoto2 è un successo. «Questo è un quadro d’impegni che aiuterà le imprese che investono in rinnovabili e in efficienza energetica», spiega a CityFactor il ministro Clini. «Tuttavia se la dimensione del mercato rimane solo a livello Europeo, il vantaggio è limitato. Se invece la dimensione in futuro sarà globale, si potranno aprire mercati come quelli di Cina e India.»

L’unico applauso della società civile, oltre che per Kyoto 2, è stato tributato all’introduzione di un prezioso meccanismo, quello del loss and damage. Tradotto, significa perdite e danni: il meccanismo dovrebbe istituire un fondo dei paesi industrializzati per compensare i paesi poveri per perdite legate ai cambiamenti climatici. Secondo vari commentatori a sbloccare l’empasse Usa ci sarebbe stata la decisione di Obama di allocare 60 miliardi di dollari per il catastrofico uragano Sandy. Secondo l’economista Lord Nicholas Stern in futuro i danni del clima potrebbero costare fino al 20% del PIL globale.

Mercatino della solidarietà 6

Vademecum dell’usato: la seconda vita degli oggetti con baratto, swap party e mercatini

Mercatini dell’usato, baratto, swapping dal vivo e virtuale sono sempre più diffusi e ridanno vita agli oggetti che non vi servono più. Ecco come e dove scambiare, barattare, vendere e acquistare tutto quello che volete. (altro…)

Copyright © 2012 | tutti i diritti sono riservati | Termini e Condizioni | Privacy Policy